Pensiero autonomo come premessa per un’autonomia progettuale

Alcune riflessioni su pensiero libero e pensiero condizionato

Sono ormai più di tre anni che i discorsi tra persone sembrano non riuscire a svincolarsi dalla stretta attualità. In altre parole, sembrerebbe che gli argomenti di conversazione vengano imposti dalla televisione o dai mass media a larga diffusione e non liberamente scelti. In seguito ai tragici avvenimenti dell’Emilia-Romagna, la discussione si è concentrata sui cambiamenti climatici, la geoingegneria, svolte green e città dei 15 minuti e quant’altro abbia attinenza con la stessa passione con la quale per più di due anni si è parlato e alle volte accanitamente discusso di virus e misure da intraprendere contro di esso, quando appena pochi mesi fa si era presi dal Covid-19 e dal corollario di argomenti quali, ad esempio, vaccini presunti o reali. Ma l’argomento, da chi è stato scelto? In altre parole, chi ha deciso l’agenda e quali sono i punti da mettere all’ordine del giorno? Ritengo che una riflessione approfondita su questo punto vada fatta giacché si parla della possibilità di pensare, elaborare e progettare in autonomia, condicio sine qua non per gettare le fondamenta di quella nuova società della quale si sente il bisogno.

Pensiero autonomo e pensiero eterodiretto: da che parte stiamo?

Ci sono casi e circostanze per le quali è giocoforza ovvio e naturale che l’attenzione di tutti sia calamitata verso un singolo evento; esempi come l’alluvione in Emilia-Romagna, oppure la guerra in corso e quelle che potrebbero scatenarsi tra poco. Tuttavia si coglie una scarsa presa di coscienza sulle reali necessità delle popolazioni colpite a favore di uno spostamento del dibattito su questioni che nell’immediato hanno o avranno poco impatto sugli eventi in corso. Così, riferito all’Emilia-Romagna, mentre sui social infuria la polemica sui cambiamenti climatici reali o presunti ed eventuali colpe dell’uomo, nelle zone colpite dall’alluvione si continua a spalare fango e quando si cominceranno a valutare i danni subiti dalle abitazioni e dalle imprese, si scoprirà l’inadeguatezza delle istituzioni a porre rimedio e chissà quanti sfollati e quante imprese chiuderanno per sempre. In tutto questo desta quantomeno stupore l’assenza di qualsivoglia presa di posizione di organizzazioni quali Emergency o Medici Senza Frontiere (basti andare sui loro siti per rendersene conto) che pure in passato si sono ben distinte nel prestare aiuto alle popolazioni civili vittime di conflitti. Forse ci sono vittime di classe A e vittime di classe B? I morti non sono tutti uguali, nel Donbass come in Ucraina? I civili dovrebbero avere anche in questo caso diritto alla solidarietà internazionale, che siano vittime di bombe, al di là di chi le ha sganciate.  In sostanza, dibattere sui cambiamenti climatici non allevia né allevierà le sofferenze presenti e future delle popolazioni colpite dall’alluvione che di ben altro avrebbero bisogno, non certo di accaniti dibattiti sui social; né ripudiare la guerra come strumento di risoluzione delle controversie internazionali, per citare un noto articolo della nostra costituzione, può essere un modo di sentire ondivago e variabile a seconda di chi sia a provocare i conflitti. Restore the real fu il titolo della convention a Bagnoli Superiore e la realtà ci dice che alluvioni e guerre provocano morte, distruzione e tanta, tanta sofferenza. Di come alleviare o meglio ancora evitare tutto ciò dovremmo parlare, non di altro. Ma proprio questo è il punto: abbiamo scelto autonomamente il terreno della discussione o c’è piuttosto una regia che decide di cosa si debba dibattere e cosa no? Sembra di rivedere il film già visto durante il Covid, con tanto di media impegnati ad “approfondire” (il virgolettato è d’obbligo) questioni che poi non vengono approfondite per niente, ma che di certo catalizzano l’attenzione e quindi il pensiero su temi che, tanto per cambiare, hanno come risultato pressoché unico quello di dividere la popolazione in squadre di accaniti tifosi come ai tempi dei si-vax e no-vax. Recuperare autonomia, pertanto, non può significare altro che chiedersi di cosa si ha bisogno qui ed ora ed agire di conseguenza rifiutando sistematicamente ogni argomento fonte di divisione tra un non meglio definito “noi” ed un altrettanto indefinito “altri”. Viene da pensare che la regia sia sempre la stessa e che il burattinaio sappia come muovere i fili; perciò, se non vogliamo essere manovrati non ci resta che sottrarci a questo gioco, decidendo da noi quali siano le priorità e quali i temi da mettere in agenda, cercando di trovare ciò che unisce e respingere con vigoria ciò che divide.

L’autonomia di pensiero ed IppocrateOrg

Nell’era del Covid un’organizzazione su tutte si è saputa distinguere per elaborazione autonoma e di conseguenza autonomia di pensiero e progettualità.

Quell’organizzazione è IppocrateOrg. Le terapie domiciliari precoci sono state forse la più potente zeppa messa nel meccanismo infernale della tachipirina e vigile attesa, il più delle volte peraltro attesa della morte e, per i credenti, pure senza estrema unzione visto che gli appestati di Covid non potevano essere avvicinati da nessuno nemmeno da morti. Sappiamo tutti altrettanto bene che non solo IppocrateOrg, ma anche altre organizzazioni e singoli medici si sono sottratti al dilagante e mortifero conformismo della maggioranza dei medici ed operatori sanitari che non ha saputo o voluto disobbedire a protocolli demenziali e criminali negli effetti se non nelle intenzioni, purtuttavia è l’unica che pensava al ’dopo’ mentre si era ancora agli inizi del ’durante’. Ricordo bene l’incontro semiclandestino di fine giugno 2021 e già da allora fu reso esplicito, almeno per chi voleva intendere, che si stava progettando qualcosa di più grande e più incisivo che andasse oltre la gestione dell’emergenza e guardasse al futuro. Il resto è cronaca, il progetto Origini e gli RTB (Referenti Territoriali del Benessere), il progetto scuola, i centri medici, i centri di ascolto ed aiuto psicologico, la nascente rete di naturopati e tutte le altre proposte che sono state elaborate e rese pubbliche. Tutto questo è stato reso possibile dalla presa di coscienza in prima battuta dei medici- ma si spera, presto, di tutti i soci di IppocrateOrg- del semplice fatto, dimostrato attraverso la prassi, che insieme si lavora meglio e che la cooperazione tra individui è un modello vincente rispetto alla competizione. È così che l’io individuale, citato da Mauro Rango, diventa io collettivo e scopre, in un momento storico nel quale il leitmotiv dell’esistenza di ognuno sembrava essere la solitudine, una ragione d’essere in quanto facente parte di un organismo più ampio, una specie di endosimbiosi tra individui, non più tra singole cellule. Di questo processo, ce ne ha reso testimonianza Fabio Burigana quando ha raccontato come all’interno dei medici di IppocrateOrg, ad emergenza conclusa, si volesse continuare l’esperienza in altra forma, e così è stato. Essere soci di questa associazione pertanto non può significare altro che condividerne lo spirito originario ed adoperarsi affinché ciò che è stato una volta, con i medici in assistenza 999, non sia un episodio effimero, bensì una maniera di stare nella società e, con questo, ’fare società’, nel senso e nella direzione che vogliamo, a prescindere dalla nostra professione o mestiere, il livello di istruzione o altro; ma per far questo è necessario essere autonomi col pensiero e reimparare a scrivere di nostro pugno la scaletta delle priorità.

Restore the real: autonomia di elaborazione come frutto

Se la premessa pertanto è rendersi autonomi ed indipendenti da agende imposte, nella prassi tuttavia non basta restare incuranti di ciò che accade intorno eludendo argomenti anche imposti ma pur tuttavia attuali. In sostanza non si può, in nome dell’autonomia di pensiero, far finta che eventi ed emergenze non esistano e come tali vadano affrontate, però non bisogna neanche cadere nell’errore di negare l’attualità di problemi pure esistenti solo ed esclusivamente perché se ne fa un uso politico e strumentale. È esattamente questo il senso del restore the real, prendere atto del dato di realtà ed agire di conseguenza. Così, facendo riferimento al cambiamento climatico, è davvero di fondamentale importanza capire se ed in che misura è colpa dell’uomo? Nadia Scialabba, sostiene, dati alla mano, che i cambiamenti climatici ci sono e sono colpa dell’uomo. Antonino Zichichi, fisico di chiara fama, dati alla mano, sostiene che esistono, ma sono sempre esistiti e non siano colpa dell’uomo. Carlo Rubbia, addirittura premio Nobel, sostiene che esistono ma che vadano nella direzione esattamente opposta giacché, sempre dati alla mano, la terra negli ultimi dieci anni si sia raffreddata. Chi ha ragione? Purtuttavia c’è un dato che dovrebbe, a rigor di logica, mettere d’accordo tutti, e cioè il fatto che l’inquinamento fa ammalare ed alle volte anche morire. La questione infatti della CO2 e del riscaldamento globale, vista in un’ottica su larga scala, appare sfuggente e soggetta a libere interpretazioni ed opinioni; ma se vista nella sua realtà appare molto più semplice e consiste sostanzialmente nel fatto che è concentrata nei grandi insediamenti urbani e nelle zone altamente industrializzate. Ne consegue la natura patogena dell’inquinamento, che forse ha poco ha a che fare con il riscaldamento globale ma ne ha molto con la nostra salute e la nostra qualità di vita, pertanto non subire l’egemonia del pensiero dominante passa attraverso il recupero della piena autonomia di pensiero e quindi di elaborazione e di conseguenza di progettazione. Ogni proposta volta a ridurre l’inquinamento nei grandi centri urbani e nelle zone altamente industrializzate pertanto non può essere liquidata sbrigativamente solo ed esclusivamente perché coerente con una certa narrazione dominante, ma invece affrontata con serietà sulla base dell’efficacia dei provvedimenti che si vogliono adottare. Ridurre le cause di malattia è senz’altro una delle mission principali di IppocrateOrg e l’inquinamento è senz’altro tra esse; se poi riducendo quello si dovessero anche avere benefici sul clima tanto meglio, altrimenti pazienza, vorrà dire che aveva ragione Zichichi.

Paolo Ospici

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